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01 dicembre, 2015

COLTIVIAMO LA FIDUCIA

EDITORIALE di Laura Marabelli

...C'è un profondo legame tra il tempo che è stato e quello che è.
Ed è il senso stesso che diamo al nostro percorso, a quello che siamo stati e che diveniamo ogni giorno...
Scrivevo così nell'editoriale del primo gennaio.
Oggi, nell'ultimo editoriale di quest'anno, voglio riprendere quel filo.
Sto cercando di sostituire la fiducia alla speranza.
Speranza e fiducia che spesso usiamo come sinonimi, ma che non lo sono affatto.
Chi spera non si fida affatto, ma si aspetta troppo e non sempre tutto si può controllare fino in fondo.
Chi confida, invece, accetta quello che è, lo vive e lo adatta, trasformandosi.
La fiducia è perseveranza.
Un ostinarsi, quasi, a ricercare una luce, districandosi ogni giorno nelle difficoltà che vediamo finalmente per quelle che sono.
Sperare, invece, è una continua lotta contro l'inevitabile, per poi magari ritrovarsi a disperare.
L'atteggiamento della fiducia appare inattivo, in realtà comporta invece una grande attività, ma di coscienza,  che va continuamente rinnovata.
Occorre coltivare la fiducia.
Ognuno ha il suo metodo, chi la meditazione, chi la preghiera, chi la riflessione, chi l'ascolto...
Mi piace la parola coltivare. 
Che non è più programmare, pianificare, ma dedicarsi, impegnarsi per veder crescere un'idea, un progetto, un'amicizia, un sentimento, qualcosa che ti motivi e in cui credi e coglierne ogni giorno i germogli.
Personalmente predico bene ma spesso razzolo malissimo, ma vale la pena di riprovare, sempre.



01 luglio, 2015

MORIRE D'AMORE

Editoriale di Laura Marabelli

Prima ancora dei nostri genitori, siamo figli e figlie delle storie che ci raccontano.
La nostra percezione della realtà passa, infatti, anche attraverso le parole che sentiamo e leggiamo.
Parole spesso artefatte. Strumentalizzate.
Ci hanno sempre detto che l'amore è bello, che dire "ti amo" è una bella parola.
La usano i poeti, gli innamorati, le persone che si vogliono bene.
Ma spesso in nome dell'amore, si fa del male, si fa soffrire.
Per amore si offende, si ferisce, si vendica, si tradisce, si arriva ad annullarsi fino ad uccidere l'anima.
A volte si arriva ad uccidere davvero.
Per amore si muore! E non è un ossimoro.
Siamo talmente assuefatti da ogni problema "d'amore" che ascoltiamo ogni giorno, che lo banalizziamo, così è più facile assolvere e assolverci, negando che invece riguarda tutti, che potrebbe riguardarci, diventando di fatto complici, responsabili.
...una madre forte ed esemplare, un marito gran lavoratore, un figlio devoto, un nipote studioso, una famiglia tanto unita da essere invidiata da tutti...
Quante volte abbiamo sentito queste parole? L'illusione purtroppo inizia da qui, da questa sedicente perfezione.
Non voglio parlare nello specifico di femminicidio, violenze, abusi, nè di ordinarie, ma non meno gravi, crisi coniugali, non ne ho le competenze.
Voglio, invece, fare una riflessione sul cattivo uso delle parole, sulla loro idealizzazione, poichè sono profondamente convinta che sia anche attraverso questo che una storia d'amore possa evolvere trasformandosi o finire, ma di sicuro in modo pù sano.
E che finalmente quell'ultimo capitolo, quel "vissero felici e contenti" non sia più scritto,  perchè non è mai realmente esistito.
Siamo figli e figlie delle storie che ci raccontano, non siamo obbligati a crederci.
Partiamo da qui e forse andremo un pò più lontano.




01 gennaio, 2015

UN ANNO DI LUCE

EDITORIALE di Laura Marabelli

E così, un altro anno è incominciato...
In fondo oggi è uguale a ieri, perchè i veri cambiamenti avvengono lentamente e in profondità per essere tali.
Sorvolerò quindi sui soliti buoni propositi di diete, palestre, corsi e ricorsi che lasciano il tempo che trovano.
La mia riflessione è sul trascorrere del tempo.
C'è un profondo legame tra il tempo che è stato e quello che è.
Ed è il senso stesso che diamo al nostro percorso, a quello che siamo stati e che diveniamo ogni giorno.
Da bambina, non lo capivo, ma tutto aveva un significato autentico perchè spontaneo, inconscio, quasi magico.
Tutto era chiaro, poi si è perso, ma si può recuperarlo simbolicamente.
Nella pratica della meditazione è buona abitudine osservare la luce di una candela per rafforzare l'ascolto di sè.
Il respiro pian piano diventa più profondo, addominale, i muscoli si rilassano e arriva la quiete interiore.
Che è un buon punto di partenza, ma non certo di arrivo.
La candela, il calore che emana, rievoca il raccoglimento, l'intimità, il silenzio.
Il suo profumo risveglia le emozioni.
Se è un regalo poi, richiamerà il legame e la vicinanza di chi ce l'ha donato.
Sicuramente ognuno saprà cogliere il significato che più sente suo, nel cuore.
Il Natale appena trascorso è stato simbolicamente la festa della Luce e non serve essere credenti per coglierla.
Per il nuovo anno diamo quindi un'occasione alla luce.
A quella scintilla che da dentro ci guida, nel domani, attraverso i giorni che saranno.
Non sto parlando di speranza, di positività e nemmeno di fede.
Ma di luce interiore.
Quella che ci fa affrontare i problemi anzichè lamentarci.
Quella che ci fa assumere le nostre responsabilità anzichè dare la colpa agli altri.
Quella che ci fa apprezzare quello che riceviamo o già abbiamo.
Quella che ci fa scorgere il senso nelle esperienze o nelle prove che inevitabilmente dovremo affrontare.
E' difficile lo so, ma ho deciso di provarci.
Proviamoci.
Buon anno di luce a tutti!


14 dicembre, 2014

Quando l'uomo sa integrarsi nella natura e integrarla nella sua vita

Come si sarà capito dai vari miei turni nella rubrica
 sono spesso alla ricerca di letture e immagini  sulle meraviglie della Natura. 
E non ci vuole granchè per trovarne.
Stavolta però mi ha meravigliato anche l'uomo 
che ha saputo accettare le stranezze della Natura 
come la foresta di alberi che crescono flessuosi a Gryfino in Polonia.
Se pensiamo a quanti alberi secolari l'uomo abbatte 
per questioni di interesse economico come costuire case e strade... bel progresso che abbia lasciato vivere degli alberi un po' deformi.

E con questa opera invece dimostra anche il suo lato "accogliente" 
con una mano a simboleggiare il sostegno ad un albero...

Per non parlare di questa magnifica alleanza in cui pur  di non abbattere l'albero 
lo si è integrato nell'architettura di tutto un palazzo...
e il sostegno sembra darlo l'albero all'uomo.

Infine la stupenda scultura di  Debra Bernier del Canada 
 che ha ricavato da un tronco(suppongo morto) una vera opera d'arte
 (e ha aperto su etsy un negozio delle sue magnifiche sculture tutte sul genere, 
un salto giusto per rifarci gli occhi, meglio che una visita al museo)
Insomma ogni tanto l'uomo ne fa una buona con Madre Natura.

26 novembre, 2014

NO, NON PUO' SUCCEDERE PROPRIO A ME - Storia di Annamaria B. -

PUNTO DI SVOLTA  - storie di gente comune -
di Laura Marabelli

C'è un momento in cui la vita compie uno scarto e muta.

Ti trovi a un bivio, imbocchi una via anziché un’altra e solo dopo capisci il perché...

Annamaria, una vita come tante altre, divisa  tra lavoro, marito e figli ... poi la malattia.
Annamaria scopre di avere il cancro, in un momento già difficile della sua vita, sua madre è morta da appena 15 giorni, dopo una lunga malattia e lei sta cercando di ritrovare un pò di serenità.
 ... una sera mentre ero sotto la doccia mi sono soffermata, trattenendo il respiro, 
con la mano su una zona del seno....un nodulo?!.....
Ma che scherziamo?!
No, non può essere, non può succedere proprio a me.....
Scrivi sul tuo blog - UnAzzurroCielo
...ho un ricordo forte e preciso di quel 6 agosto 2013 , l'incontro col cancro
è un qualcosa di travolgente come se ti trovassi all'improvviso dentro un tornado...
ma di una cosa sei certa: da quel tornado ne vuoi uscire, 
magari sei malconcia e un pò  un rottame...
però....
Come stai adesso Annamaria?
Indubbiamente, essendo ormai alla fine del percorso di terapie, mi sento di dire che sto bene .  
Fisicamente sto recuperando le forze, ci sono vari doloretti che prima non avevo, la stanchezza mi è rimasta , il cervello è in modalità bradipo, ma diciamo che sto bene!
In realtà per me è difficile pronunciare queste parole, forse non le dico per scaramanzia, perchè il cancro mi ha colpito in un momento in cui ero già vulnerabile e la paura che se abbasso la guardia mi ritorni, è ancora tanta. 
Sono consapevole di essere stata graziata dalla vita e sto cercando con tutta me stessa di riacciuffarla. L'incontro con la malattia, con il cancro, è stato uno spartiacque, il mio punto di svolta.
Mi è stata data  la possibilità di una seconda Vita e la sto ricostruendo giorno dopo giorno, con in più  un bagaglio di esperienze forti che non posso dimenticare.
Scrivere, dici, ti fa star bene e vuoi fare cose che ti fanno star bene.
Ti va di parlarci del laboratorio di scrittura espressiva al quale hai partecipato?
Ho partecipato al "laboratorio di scrittura espressiva" organizzato all'irst di Meldola (Fc) per i suoi pazienti oncologici. 
E' un'esperienza che per me ha avuto un'importanza grandissima.
Perchè è come se si fosse fatta una breccia nel muro che conteneva tutte le emozioni, le sofferenze, le paure e anche le gioie del periodo della malattia. 
E' guidato da una psicologa dell'istituto. Si parte dalla lettura di un brano o di una poesia e poi si scrive quello che si sente in quel momento, liberando le emozioni.
Poi si è liberi di leggere e condividere con gli altri del gruppo ciò che si è scritto. Per me è stato determinante e da lì ho maturato l'idea e il bisogno di aprire un blog, dove parlare della mia malattia, ed è veramente straordinario condividere con altre persone le stesse esperienze, perchè capisci e senti che non sei solo. 
Ultimamente ho ricevuto la mail di una donna alla quale hanno diagnosticato un cancro al seno ed era disperata, perchè quando ti viene detto che hai un tumore ricevi una mazzata incredibile e tutto il mondo ti crolla addosso. Ma quando mi ha scritto che, leggendo i miei post, si è sentita meno sola, ho capito che dovevo proseguire, perchè se può essere utile anche a qualcun altro è giusto continuare a farlo.
Come hai scoperto  Oltreilcancro?
Navigando su internet, mentre cercavo informazioni sulla mia malattia. 
Poi, leggendo i post degli autori dei vari blog, ho capito che mi sentivo a casa. Avevo trovato un luogo dove si parla liberamente, a volte anche con ironia, di cancro, questa parola che fa molta paura anche solo a nominarla, e mi hanno chiesto di entrarne a far parte con il mio blog.
Il blog serve come terapia per i pazienti, ma  può essere utile anche ai medici.
Infatti, dico spesso ai miei oncologi che dovrebbero leggere quello che scrivono i pazienti.
Quest'estate, ho anche conosciuto di persona una delle autrici del blog "ziaCris" ed è stato emozionante dare un volto a una persona con la quale avevo scambiato qualche commento e qualche mail.
Che messaggio di speranza ti senti di lasciare a chi ci sta leggendo e sta vivendo un'esperienza simile alla tua?
Sicuramente la prima cosa che mi sento di dire è che non bisogna arrendersi e lottare sempre, fino a quando ce n'è la possibilità. Di cancro si muore, è vero, anche alcuni autori e autrici di Oltreilcancro purtroppo non ce l'hanno fatta, ma si può anche guarire.  Ognuno lo affronta in modo diverso, io l'ho affrontato da arrabbiata. Ancora non ho fatto pace col cancro e neppure ho la certezza che un giorno la farò. Lo si affronta aggrappandosi a quello che si può. 
Per me, per reagire,  è stato fondamentale l'amore per i miei figli . Il cancro poteva rovinare la mia vita , ma non la loro.
Il messaggio che voglio lasciare ai miei figli, è che nella vita bisogna lottare e non arrendersi mai, qualunque difficoltà si incontri, sia essa una grave malattia o altro. Non bisogna lasciarsi abbattere, ma lottare sempre e comunque e questo è un insegnamento che voglio lasciar loro per la vita.
Nel augurarti in bocca al lupo per la tua seconda vita, vorrei concludere con un tuo brano
Il mio albero 
E' il  "mio" albero perchè in tutti questi  mesi 
è stato il mio "punto di riferimento", 
prima , riferimento per il tragitto perchè raggiungerlo significava
essere circa a metà dall'irst
poi è diventato il mio riferimento per quantificare 
il tempo che passa.
L'ho visto verde, nel pieno del vigore estivo, un anno fa.
Poi pian piano l'ho visto perdere le foglie con l'arrivo dell'autunno 
L'ho visto spoglio nel freddo grigiore dell'inverno
Poi l'ho rivisto ricoprirsi di timide foglioline verdi primaverili.
Ora?
Ora è di nuovo verde, un verdissimo verde estivo!
E io sono ancora qui che passo , lo ammiro nel suo splendore.
Per mesi vedrò il mio albero cambiare aspetto
e questo suo cambiare darà un "valore" al tempo
il tempo che passa e che dà un valore al "tanto"
un "tanto" che trascorre e dà un "tempo alla Vita"


Volete raccontarci la vostra storia?
scriveteci e vi contatteremo via mail
blog.amichescrittrici@gmail.com











15 novembre, 2014

UN PIZZICO DI ... MINDFULNESS


Tutti ci preoccupiamo per l'avvenire, proiettandoci una qualche apprensione e perdendo di vista il presente.
Il fatto è, invece, che anche quando stiamo attraversando un momento difficile, adesso, in questo preciso istante, non stiamo poi così male, se ci pensate.
Ascolto, osservazione-distacco, meditazione, mindfulness.
Certo, la mente subito passerà alla controffensiva, offrendoci mille motivi per corrugare la fronte e preoccuparci di nuovo, ma noi riporteremo l'attenzione a questo preciso istante...
Uno dei modi migliori e più a portata di mano, per migliorare salute psicofisica e serenità, è servirsi dell'attenzione consapevole e della meditazione.
La pratica della meditazione ha la capacità di potenziare ogni aspetto del benessere e diversi studi confermano che entrambe hanno un effetto positivo sulla qualità della nostra vita.
Ma cosa vuol dire meditare?
D'istinto verrebbe da dire che già la mente essendo piena di suo, ha caso mai bisogno di essere  svuotata.
La meditazione è proprio questo.
Infatti l'unica cosa che bisogna fare nella meditazione è niente.
Nelle lingue asiatiche per dire "mente" e "cuore" si usa la stessa parola.
E' quindi necessario, ogni volta che sentiamo parlare di qualcosa che ha a che fare con la mente, come è appunto l'attenzione, sentirne l'eco all'interno del cuore, anche se solo comprenderla in quanto idea e più ancora poi, come stile di vita.
In altre parole l'attenzione consapevole, la cosidetta mindfulness, non riguarda solo la nostra mente, ma l'intero nostro essere.
Se invece qualcuno è a tutta mente,  la sua esistenza rischia di diventare troppo rigida, mentre se è tutto cuore, la sua esistenza diventerà caotica.
In entrambi i casi la conseguenza sarà lo stress cronico.
Se invece mente e cuore collaborano, il cuore guidandoci con l'empatia e la mente facendo lo stesso con la concentrazione e l'attenzione, diventiamo essere umani più armoniosi.
L'attenzione consapevole diventa quindi una pratica che aiuta ad essere sempre presenti a noi stessi, vigili nell'attimo  presente, nel qui e ora.
Se mentre lo fate vi rendete conto che la mente prende a vagare, non dovete far altro che notare in che direzione è andata e quindi riaccompagnarla con delicatezza al momento presente.
La meditazione si può praticare anche in momenti molto brevi e persino quando si è in movimento.
Mentre beviamo il caffè, quando ci laviamo i denti o camminiamo per la strada.
Non siamo noi che facciamo la meditazione, è la meditazione che fa noi.
Pensiamo di respirare, ma siamo respirati.
Basta quindi ritagliare un momento ed osservare - ascoltare il saliscendi del respiro e senza che la coscienza interferisca, con il tempo e la pratica,  il respiro si farà sempre più profondo in automatico e meditare diventerà una sana abitudine.
Abitudine che ci aiuterà ad approcciarci ed affrontare meglio le inevitabili difficoltà quotidiane e della vita.
Perchè in fondo, il motore e la connessione della meditazione consapevole è sempre acceso, per trarne beneficio basta essere presenti a sè stessi e prestare attenzione.
Proviamoci adesso.

Laura

01 agosto, 2014

ESPRIMI UN DESIDERIO - editoriale di Laura -

Ogni tanto, capita di sentire di persone in là con gli anni che conseguono un titolo di studio.
E' come se a un certo punto della loro esistenza, affiorasse un desiderio impellente, urgente, per colmare una qualche lacuna o forse una qualche paura, di non aver "conosciuto" abbastanza.
Sarà che il tempo scorre, anzi corre e lo afferro al volo.
E in quell'attimo, se mi fermo a riflettere, mi prende quella paura, di non essere immortale, certo, ma soprattutto la consapevolezza di non aver rincorso i miei desideri, ma solo assecondato dei doveri.
Di fatto, di non aver scelto.
Non mi rimprovero nulla, perderei altro tempo.
Ma a questo punto, cosa desidero?
Spesso, desidero tempo per me stessa e adesso che me lo sto concedendo, per assurdo non so dargli nè un nome, nè un senso.
Cosa desidero?
Me lo voglio chiedere con leggerezza...
Come tutti, ho molti sospesi, ma quelli più che desideri sono lavori in corso e non fanno testo.
Mentre settembre è alle porte e il nuovo anno inizia sempre da qui.
Cosa voglio assolutamente metterci dentro?
Tre desideri:
Vorrei innamorarmi di nuovo.
Innamorarmi della vita.
Perchè ogni impulso parte da lì, dal cuore, dall'Amore.
Vorrei ritornare a scrivere, come facevo da ragazza, perchè scrivere, da sempre, ha dato un senso e una voce alla mia esistenza.
Vorrei imparare a ballare.
Un bel tango.
Così sensuale e liberatorio nei movimenti... vorrei farlo mio... per poi riuscire a perdermi in quella sua musica quasi mistica e meditativa.

In realtà, vorrei solo svegliarmi una mattina, senza sveglia e senza programmi.

Non preoccuparmi di niente e di nessuno.
Concedermi il lusso di parlare con chi mi pare e fare quello che mi pare.
Fermarmi quando mi pare e dire di no, tutte le volte che mi pare.
Vivere ogni giorno come fosse unico...lasciare che la vita accada, che sia, che si riveli.
Di sorprendermi a sorprenderla, prima che lei lo faccia con me.
Riducendo le aspettative e lasciando andare un po' il controllo.
Avere il coraggio di prendere in mano la mia vita e di viverla.

Laura















01 marzo, 2014

PROSPETTIVE

Durante un mio recente ricovero in ospedale, ho avuto modo di constatare di quanto cambi  e di molto, la prospettiva da dentro a fuori, in quel luogo.
Perchè, il condividere uno stato di sofferenza comune, rende tutti più fragili, ma paradossalmente più forti e anche uniti.
Forti, perchè le difficoltà rendono tali e fragili, perchè ritrovandoci senza maschere, siamo sicuramente più autentici.
Poi il ritorno a casa.
Con delle consapevolezze in più e delle certezze in meno.
Non che prima ne avessi tante, di certezze, anzi ne perdo, fortunatamente, ogni giorno, ma spesso il credere di averne, ci dà come l'illusione di una sorta di controllo sulla nostra vita.
Ma poi, una diagnosi, l'intervento, la paura mentre attendi un risultato...e nel mio caso, anche l'emergere di un nuovo problema, causato indirettamente dal primo... mi hanno lasciato stupita.
Stupita, di quanto in realtà siamo in balìa di qualcosa di più grande, qualcosa che  magari ci sta mettendo per l'ennesima volta alla prova, decidendo per noi, una prova di cui non comprendiamo ancora bene il significato, ma certamente a cui è inutile opporre resistenza negandola, pena un finale chisciottiano, quando accuseremo il colpo.
Rimane una rubrica di cellulare dimezzata da nomi inutilizzati da tempo ... da chi c'è stato solo nel momento del proprio bisogno, da chi ha preferito comode e sicure vie di fuga, da chi fa l'offeso perchè non hai fatto come avrebbe voluto e così, evitandoti, si autoconvince che tu, per questo, ti senta in colpa e dai soliti noti, legami di sangue o acquisiti, pretenziosamente convinti, che tu debba loro qualcosa solo per atto dovuto.
Rimane la tenerezza verso chi ha ancora bisogno di credere che giustificare, anzichè lasciar responsabilizzare qualcuno, sia un atto d'amore, perchè diversamente farebbe troppo male vedere. E lo capisco.
Rimangono ricordi, sorrisi, confidenze, incoraggiamenti, piccoli gesti e pensieri disinteressati, coincidenze, nuovi progetti e nuovi incontri.
Rimane la compassione verso me stessa e la difficile strada verso il perdono.
Rimane...spazio.
Di vuoto e di solitudine, obietterebbe frettolosamente qualcuno.
Libero, dico io.
Rimane quel precario equilibrio rimesso in discussione ogni giorno, mentre tutto cambia, si trasforma,  insegna e non ci resta che provare ad accettarlo e viverlo con più coraggio e maggior consapevolezza.

Laura  (Fenix)

01 novembre, 2013

Fare i conti con la realtà dell'abbondanza... o con lo stare diventando formiche di perenni estati?


Un'amica settimane fa mi parlava di quanto le fosse stato difficile trovare una casa in affitto.
Lei che ha vissuto da bambina, per dei mesi, in una baracca di laminato, poi nella casa misera dei nonni dove si dormiva in 6 su due letti.
Lei persa nei raccolti di tabacco di una zia e a raccogliere fragole sui confini di quel terreno, a racimolare noci nei meandri di una distilleria, ciliegie sugli alberi e castagne sul terreno dei boschi.

Lei abituata a correre dietro ai conigli liberi in un terreno abbandonato.
Lei che dopo anni in affitto a convivere con un formicaio e le tarme, aveva comprato casa, purtroppo senza saperlo, in testa a un drago, una che se apriva bocca era solo per radere tutto a un mucchio di cenere.
Lei, proprio lei, adesso si era dovuta rendere conto dei danni che aveva lasciato fare a certe persone, ma anche al consumismo, all'abbondanza, al desiderio del bello e completo comprando quella casa... per di più acquistata con l'idea che sarebbe stata "quasi per sempre".


Trovare casa in affitto significava un po' tornare dieci passi indietro e avrebbe voluto trascinare i suoi cari a desiderare di nuovo quello stile estremamente mesto, com'era stato fino a prima di comprare casa.
Mi diceva che rincasava, dopo pomeriggi passati a vedere due case per volta, con la sola voglia di mettersi sotto le coperte senza neanche cenare.
Non sapeva adesso cosa la scoraggiasse di più: l'essersi resa conto di non essere affatto più minimalista e capace di spirito nomade o il rendersi conto della reale troppa abbondanza dei nostri tempi nel primo mondo? Il dover comprendere di non riuscire a contentarsi lei o l'effettiva poca offerta del mercato per le varie esigenze di quattro  teste, ossia la sua e quella dei suoi cari ?

Era snervante il dover rivivere in radice cubica lo stress di anni prima a cercare casa da acquistare, quando in un anno e mezzo avevano visitato 50 case. Stavolta la ricerca non l'avrebbe portata nemmeno alla soddisfazione di stare a farlo per costruirsi qualcosa di proprio, visto che di lì a massimo due anni avrebbe dovuto ripetere tutto. Ritrasferirsi, ricominciare la ricerca di una nuova casa.
Si sentiva come chi va via dall'Italia con la paura di non poter raggiungere mai più la soddisfazione del ritorno.

Poi ecco... inaspettatamente dopo una dozzina di giorni in ricerca, la visita a qualcosa che poteva andare. E suo marito le aveva dato per una volta la sensazione di essere stato figlio dell'istinto. Se non fosse stato per la sua velocità ora starebbero ancora a cercare.

E il bello è venuto lì... al trasloco fai-da-te. E ne avevano già fatto uno anni prima e stavolta si trattava solo di portare il necessario a soggiornare uno, maximo due anni.
E' a questo punto che la mia amica ha capito quanto "il necessario" fosse stato talmente perso di vista. Dopo dieci giorni ancora non si raccapezzavano benissimo, ancora  tornavano alla propria dimora a prendere questo e quello. In quel posto di quasi 90 metri quadrati c'era troppo...
Troppo, senza poterselo permettere avevano accumulato troppo.
Si parla di crisi, di stringere la cinghia, di fare risparmio nei modi più disparati, ma non ci si rende conto che, alla fine in tanti, si è  comunque fortunati ad avere scelta su come risparmiare o cosa eliminare.
Del tipo non c'ho soldi per la pizza ogni sabato ma compro un pacchetto di  sigarette al giorno.

Avevano dato per scontato che quella sarebbe stata la loro dimora per i prossimi vent'anni almeno e invece non ne erano passati neanche dieci che già si erano visti costretti ad andarsene. E per di più ritornando all'affitto e cercando di far entrare il necessario in un posto di 20 metri quadrati in meno e con  la "mobilia della nonna".

Le era diventato palese come anche l'industria ingrandendo cassetti e stipiti delle odierne  cucine, inducesse al consumo oltremisura. C'avete mai fatto caso?



Provandovi a pensare in un abbastanza improvviso trasloco in uno spazio molto più piccolo di casa vostra, come ve la cavereste?
La mia amica alla fine ha pensato: "Meno male che anni fa non abbiamo scelto casa con soffitta/cantina e garage!"
 

Forse stiamo diventando formiche con perenni estati in prospettiva... in continuo riempimento di un formicaio per l'inverno e senza memoria che con la prossima pioggia all'80% si allagherà tutto. E ogni cosa potrebbe essere da ricominciare!


Buona giornata di Ognissanti 

 da La luna di Stefylu

01 ottobre, 2013

UNA STORIA COME TANTE

Ricordo ancora la minestra di verdure che la nonna Netta preparava quando ero una bambina.
La sbucciatura dei piselli, i pomodori bolliti e poi spellati,
l'aroma di prezzemolo appena tritato con la mezzaluna,
il mio stupore davanti al pelapatate...
Ogni volta che risento quei profumi, ritorno a quel luogo, a quei giorni, a quei riti.
Preludio della sera... della cena...del ritorno di tutti a casa.
Mia nonna materna, aveva 12 tra fratelli e sorelle, era nata e cresciuta in cascina.
Mi raccontava della sua infanzia, della povertà, del duro lavoro nei campi, della sua giovinezza nelle risaie come mondina e poi di quando conobbe mio nonno e si sposarono, poco prima della guerra.
Mi accorgo solo ora, di non averle mai chiesto come lui la corteggiò e di come si innamorarono.
Non ci ho proprio mai pensato e adesso è troppo tardi.
Di mio nonno Gino, so invece, che era figlio adottivo e che la sua vera madre l'abbandonò in orfanotrofio da piccolo, perchè  troppo povera per crescerlo.
Poi un giorno, quando lui era già grandicello, lei lo cercò per conoscerlo.
Non ho mai conosciuto la mia vera bisnonna, se non dai racconti di mia madre.
Vaghi, quanto vaghe furono le risposte date dal nonno.
Credo non l'abbia mai perdonata per quell'abbandono.
In questo io e lui siamo simili.
Anch'io non gli ho mai perdonato un suo "abbandono", ma questa è un'altra storia.
Comunque, ho deciso di cercare la sua vera famiglia...quel pezzo del mio albero senza radici.
E'bastato un certificato di nascita richiesto in comune.
Ho scoperto così, che mio nonno aveva anche una sorella più giovane e una nipote, la cugina di mia mamma.
Chissà com'è, chi è.
Dovrei cercarla, prima che sia ancora una volta troppo tardi? ...
C'è un posto vicino a casa mia, dove da bambina andavo con i nonni a cogliere le viole.
Ci ritorno ogni anno a primavera.
Cosa cerco...la bambina che ero, l'idea di qualcosa che è stato, la serenità di quei momenti, risposte a un perchè, un pò di pace.
Le nostre origini ci dicono molto su chi siamo e anche semplici ricordi di vita quotidiana riescono a dare un senso, oltre a farci capire da chi e da cosa, magari, vogliamo affrancarci.
Comprendere la nostra storia, unica per noi, ma come tante, penso ci renda veramente liberi.

 Laura   (Fenix)  

18 giugno, 2013

LA STORIA DEL PICCOLO PINGUINO CHE SI ADATTAVA TROPPO di Denis Doucet






PAGINE 160
PREZZO € 12.00
ED. VALLARDI


Può una favola che ha come protagonista gli animali, istruirci sui comportamenti umani? 
Esopo, Fedro, La Fontaine e molti altri ci dicono di sì.
Piccolo Pinguino è un tenero animale che vuole fare bene e non scontentare nessuno; per questo accoglie sempre le richieste degli altri. 
Un giorno nella sua placida vita, irrompe Foca Furbacchiona, astuta e manipolatrice, che lo convince a entrare nel business e a lasciare la sua amata banchisa per i caldissimi Tropici. 
Qui naturalmente Piccolo Pinguino starà malissimo, ma il suo tormento fisico e psicologico lo porterà a crescere e a occuparsi delle cose che per lui contano davvero, anche grazie a una dolce Piccola Pinguina.
Questa, la prima parte del libro.
Ma chi è in realtà Foca Furbacchiona?
In che modo subdolo ci manipola?
Foca Furbacchiona può essere chiunque, anche incosapevolmente noi stessi e qualunque cosa. 
Esercita una pressione su di noi, senza attribuire alcuna importanza ai reali bisogni.
L'autore, psicologo clinico, con questo piccolo libro, di facile e veloce lettura, grazie a spunti ed esempi pratici, ci porta a riflettere per riuscire a ri-trovare la nostra banchisa, ossia lo stato interiore che ci mette in contatto con la nostra autenticità.
La vera libertà non è poterci permettere di comprare tutto quello che ci passa per la testa, ma prendere delle decisioni, trasformarle coraggiosamente in azioni e assumerci le conseguenze dei risultati.
Questo significa essere liberi

buona lettura !     Laura  (Fenix)

01 giugno, 2013

Generazioni e il peso dell'essere ...solo domande e ognuno tiri le sue somme.

Generazioni e il peso dell'essere ...solo domande e ognuno tiri le sue somme.

Generare, generalizzare, apparire, appartenere, essere, vanità, solitudine.
In quest'ordine o mescolate, queste sono parole che racchiudono ognuna un vasto concetto su cui si potrebbe discutere per giorni e giorni.
Ma basta provare a farsi anche  solo domande e di certo le risposte arrivano da sole.

L'apparire gratifica e dà senso all'esistere delle mode non c'è dubbio.
Se penso a mia madre che portava la minigonna perchè era di moda e a me che portavo il jeans da paninara a modo mio, mentre per essere davvero una paninara bisognava mettere anche altro... sì, un minimo abbiamo seguito anche noi la moda.
Ma se noi - e per noi intendo quelli della mia generazione,i quarantenni di adesso-  mettevamo la minigonna eravamo delle poco di buono, invece se avesse messo mia madre, nel suo allora, un jeans da paninara avrebbe lanciato una moda con un ventennio d'anticipo?
E i nostri figli giudicati la generazione di presuntuosi, pigri e figli dell'autoscatto?
Quanto c'è stato di vanità nella generazione di mia madre e quanta ce n'è nella mia e in quella dei nostri figli ?
Seguire una moda è da vanitosi o segno di un disagio chiamato solitudine? Perchè dietro questa mania dell'autoscatto  più che vanità  ci vedrei proprio senso di solitudine, più voglia di dire "Ci sono"!

Certo è che se c'è una cosa che non piace a nessuna generazione è di essere racchiusa in una definizione generalizzante... eppure continuiamo tutti a farlo!

Quando ci si veste e ci si trucca, quanto lo facciamo per noi e quanto per gli altri?
Ci si compera mai nulla sulla valutazione ipotetica di quanto un capo o l'altro ci rende più carini agli occhi degli altri?
E questo farebbe parte di vanità o insicurezza?
Quante volte a settimana ci "sistemiamo" e quante ci  si lascia così come si è (leggi anche "ci si trascura")?

Sono domande che andrebbero forse bene per qualsiasi generazione a partire da  quella dopo l'uomo con la clava?
Non lo so, ma per molte molte generazioni passate, presenti e future vale porle.
Fra essere e apparire credo che la maggioranza vorrebbe dire che conta l'essere.
Poi a conti fatti ancora oggi- anzi oggi forse più di prima - si dà la precedenza all'apparire. O si lascia essere a questa precedenza: vedi la stangona che, 90 su 100, tutti crederebbero fare la modella, ma che si scopre laureata in fisico nucleare ed a un certo punto si ribella e vuole essere valutata per la sua intelligenza.

Se qualcuno dicesse "No, dai che si dà più attenzione all'essere che all'apparire" potremmo essere pronti a dirgli che allora non si spiega perché si sta lì a decidere , a volte fin da prima di coricarsi la sera, cosa indossare l'indomani?
E perchè ci si copre le congenite occhiaie, cercando il correttore più a lunga tenuta? Come mai quando deve uscire con noi, pretendiamo dal nostro partner che metta la nuova e "bella" camicia che gli abbiamo regalato, invece che la solita presa da solo senza badare che non si abbina a niente che già si ha?
E lui ...lui perché pretende che tu ti metta qualcosa da strafiga per la cena coi colleghi? Che gli si sfoltiscano  le sopracciglia e si sceglie un dopobarba che lascia una scia persistente alla mezz'ora ?
Ovvio che ci si può giustificare dicendo che vogliamo sempre sentirci a posto con noi stessi e migliorare il nostro partner.
Ma se ci trovassimo in una condizione in cui tutti devono per forza mostrarsi come sono(metti un disastroso terremoto), ci sentiremo più a nostro agio pur non essendo a posto come sempre cerchiamo d'essere?


Una corrente di pensiero dice che l'uomo è un animale di gruppo,  un'altra attesta che l'uomo è alla ricerca di sè attraverso il gruppo... insomma come vogliamo metterla possiamo metterla,  tanto c'è sempre una  giustificazione... in barba al senso dell'essere, della sostanza e della genuinità.

01 maggio, 2013

A PASSO DI TANGO


Leggendo l'articolo di un giornale, mi sono imbattuta nella parola resilienza.
La persona in questione, un architetto, l'aveva usata facendo riferimento al suo lavoro.
- La capacità che ha un materiale di tornare alla sua forma originale se deformato, perchè sconvolto da qualche forza. Per esempio la gomma, si può colpire con forza, ma lei torna esattamente com'era -
Confesso che non conoscevo questa parola, ma mi è subito piaciuta e l'ho fatta mia, perchè mi è sembrata ben adattarsi anche all'essere umano.
Ma può l'innata capacità umana di affrontare le avversità della vita, riuscire a farlo senza trasformarci in altro, ma anzi, riportarci a quello che si era originariamente?
Paradossalmente credo di sì... perchè la trasformazione stessa ci porta alla continua ri-scoperta di noi stessi e quindi ci ri-avvicina alla nostra parte più autentica, la nostra vera essenza, persa strada facendo.
Metaforicamente la gomma colpita con forza ritorna com'era... e anche noi, una volta colpiti, non possiamo che dopo aver opposto resistenza, "ritornare a casa".
Più consapevoli di quello che siamo stati, di quello che siamo diventati, ma anche di ciò che in fondo siamo da sempre e abbiamo "dimenticato" per paura, dolore e altro.
A volte riflettendo sulla mia vita, mi piace pensarla accompagnata, di sottofondo, dalle note di un tango.
L'ascolto spesso e anche la melodia più struggente o malinconica ha una sorta di effetto magnetico su di me, quasi catartico.
Forse perchè essendo un genere che comprende non solo musica, ma è anche parole e danza, è completo e coinvolge più sensi contemporaneamente.
E' più semplice, così, dar voce, con-tatto, linearità ai ricordi e un significato alla nostra esistenza.

buon ascolto!    Laura  (Fenix)







12 marzo, 2013

LE CILIEGE E LE AMARENE DI MOGOL


Sono di Mogol, il noto autore italiano, gli aforismi di questo libro da leggere d'un fiato o da aprire a caso per un pensiero al giorno.
Riflessioni sulla vita, l'anima, l'amore, Dio, la morte, il destino, ma anche la quotidianità di un nonno con il suo nipotino...
Scrive: Amo gli scritti brevi, anzi brevissimi e i frutti piccoli ma deliziosi che maturano a giugno.
Le amarene, aspre e gustose e le ciliege dolci e sensuali come un bacio

buona lettura!  Laura (Fenix)

15 febbraio, 2013

UN PIZZICO DI… RELIGIONE che fa tanto bene al cuore


Lo confesso: sono una pessima cattolica. Ho un grande rispetto per la religione a cui sono stata educata e per tutte le altre religioni del mondo, ma non ne sono certo una valida praticante, anzi!

In periodi in cui spesso la nostra Chiesa è nell’occhio del ciclone, è più che naturale farsi tante domande. E magari cercare delle risposte. Risposte che spesso sono sotto ai nostri occhi.

Anche in questi giorni la Chiesa e il Vaticano sono al centro dell’attenzione mediatica, per le sorprendenti dimissioni del Papa.

Quando accade qualcosa di negativo, tendiamo a dimenticare tutto il buono che in una persona o istituzione possa esserci. E anche questo non è giusto. Perché bene  e male sono due piatti della stessa bilancia e nessuno dei due deve essere svuotato per essere nascosto o dimenticato, a parer mio. Per questo oggi vorrei parlare di una valida rappresentante della Chiesa:  Suor Paola, già “missionaria da anni” nel quartiere difficile in cui vivo.

Da Marzo 2012, Suor Paola è a MWESO, regione NORD KIVU a est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con Uganda, Ruanda e Burundi. La “base” ufficiale è a Mweso, ma da lì si spostano per prestare la loro opera di supporto nei vari campi  circostanti,  attualmente 8 con più di 20.000 persone.


Quando arrivano i ribelli e l’esercito, tutti loro, migliaia di persone, sono costretti a scappare e a cercare rifugio altrove, in attesa di poter tornare ai loro campi.

Se un minimo collegamento internet c’è, pubblica foto Suor Paola, dei posti e della gente del luogo. Sono foto che raccontano terre dal fascino suggestivo, campi fatti di capanne, persone povere, sempre a  lavoro o che cercano di imparare in una scuola improvvisata, abitanti in fuga, trincee dell’esercito,  fori di proiettili.

Ma  non sono foto che parlano solo di miseria. Ritraggono grandi  occhi in visi scarni e sorridenti. Bambini che niente hanno e si divertono con nulla. E le donne indossano vestiti colorati, portano pesi (reali e morali) sulle spalle con una dignità che mi lascia senza parole. E anche loro sorridono.


Suor Paola fa parte di quella Chiesa che a volte lascia perplessi. Ma non dimentichiamo che tantissimi sacerdoti e suore come lei, ne tengono alto il nome e l’operato nel mondo intero, ma soprattutto nei posti più difficili, dove il solo scopo è sopravvivere per riuscire a vedere un nuovo giorno. E se nel frattempo possono aiutare questi villaggi anche solo a sperare in un futuro migliore, loro sono sempre pronti: a combattere contro le molteplici difficoltà (malaria compresa), scappare e tornare.

Riporto di seguito le  parole di suor Paola del 25 dicembre 2012:

Le "case" dei profughi (hutte) sono in fango e paglia, molto più simili alla capanna dove é nato Gesù, piuttosto che le nostre case piene di luci, addobbi, tanto cibo e regali sotto l'albero.
Si, non ho bisogno di fare presepi perché ogni capanna è come se fosse la capanna di Gesù.
Questa la mia gioia in questo Natale, la sensazione di vivere a Betlemme.


Un grazie di cuore a Suor Paola e a chi come lei offre il proprio operato a chi ha grande bisogno di aiuto.  Questa è la religione che sento riempirmi il cuore e rinfrancarmi l’anima.
by Lisa

* Le foto pubblicate sono gentile concessione di Suor Paola.

01 dicembre, 2012

LO SPAZIO IMMAGINATO


La scrittrice americana Susan Sontag, diceva che la memoria collettiva non è, come si potrebbe pensare, la somma di tante memorie individuali, ma bensì la versione che una società decide di dare di sè.
Penso avesse ragione.
Fin da piccoli subiamo dei condizionamenti dalla famiglia, dalla scuola, dai media.
Confondiamo i ruoli, con le persone e i loro comportamenti e spesso viviamo in funzione dell'opinione che gli altri hanno  di noi.
Crediamo che questa sia la nostra vita, quella che abbiamo il dovere di vivere, ma in realtà è solo l'idea di qualcosa e magari di qualcun'altro.
Avete mai provato ad alzarvi una mattina all'alba e passeggiare in una città ancora deserta? 
Niente affolla di più la mente della contemplazione di uno spazio vuoto.
Eppure a lasciarla fare, la nostra mente, riempirà questi spazi di storie, di personaggi, di fantasmi - di ricordi.
Spesso "giocheranno" male tra loro, da avversari, mentre altre volte, forse, proveranno a darsi un senso.
Ci saranno sipari, volti e voci.
E ci saranno storie, di incontri  e di solitudini.
Eventi accaduti o solo desiderati - magari cambiati.
Uno spazio immaginato - il nostro - riempirà quegli spazi vuoti.
Tempo alla città di ripopolarsi e a noi, di perderci nella memoria collettiva di una nuova giornata.

Laura    (Fenix)

01 agosto, 2012

Metti caso...

Le dieci regole d'oro... metti caso che te le ritrovi davanti dopo una settimana orrenda dove qualcuno falsamente perbenista(che già il convinto perbenista ti fa ridere, figuriamoci il falso perbenista ossia quello che ti critica in lungo e largo e poi fa le stesse cose - se non peggio- che biasima di te) ti ha fatto raggiungere il limite della sopportazione.
Te le leggi con ancora un po' di rabbia dentro per certe assurdità che devi sorbirti e davanti a cui se scoppi, devi mettere caso che puoi solo peggiorare l'opinione che hanno di te ... quell'opinione per portato a dire, per sentito dire...
Vabbè , intanto che mediti te le leggi.
Sostanzialmente dicono :
1- No alla tv-sitter. Pensi "ci siamo",
2- Sì alle regole ma con elasticità. Ti dici "ok, ci siamo" ,
3- Giudizi: niente critiche eccessive ne trattare i figli come principini. Pensi "ehmm...aglia uno ne ho e non l'ho mai trattato da principe, semmai qualche critica di troppo sì"... aglia!!!" Ti stai mangiando la pellicina di ogni dito. Una vocina ti suggerisce "Cerca di non essere come al solito drastico e duro con te stesso, significa solo che devi migliorare".
4- Punti di forza: ognuno ne ha, incoraggiare puntando su quelli. Ti dici "ok, ci sto provando da un po' ".
5- Responsabilità: imparargli fin da piccoli ad assumersi le proprie responsabilità perchè diventerà così un adulto maturo e col senso del dovere. Pensi che è una delle prime cose che hai cercato di trasmettere a tuo figlio.
6- Dialogo e interesse alle loro emozioni. Ci sei, condividete da sempre e in pieno le brutte come le belle.
7- Condivisione e disponibilità. Ti fai un cenno col dito per dire "come sopra".
8- Sostegno nell'aiutarli a gestire frustazioni, insuccessi e ingiustizie. Pensi con l'incognita del punto di domanda se il lasciargli vedere le cose sulla tua pelle e le tue reazioni possa essere dimostrativo, quasi come un messaggio di una possibilità su come comportarsi quando poi toccherà a lui. Pensi alle poche volte(per fortuna poche) che gli è capitato e tu gli hai spiegato le altre possibilità fra cui scegliere : sarà una forma di sostegno(?)
9- Esempio e non solo parole. Ti rifai il cenno col dito ...
10- Riferimento: no ai genitori amici come no all'autoritarismo, sì alla guida discreta, all'affettuosità autorevole. Fai un sospiro tipo in un sorso solo, di quelli per nulla di sollievo :no, sei ancora un po' tanto autoritario... devi migliorare eccome se devi!

Dopo questo break che doveva essere distensivo con la lettura di un opuscolo da supermercato con al S lunga - inevitabile pensare "ora anche il deplinat da supermercato vuole insegnarti qualcosa in più di una semplice ricetta???"- continui a chiederti chi l'ha deciso...
Deciso cosa? Tutto.
Tutto, tutto da ciò che devi fare come genitore , come va fatto, quanto deve durare (vogliamo parlare di certe leggi?), perché lo devi fare così o colì...

AMORE... c'è qualche regola nell'AMORE?
E l'AMORE ha le sue fasi, ma c'è qualcuno che può asserire che tutti le attraversiamo da tot anni a tot anni?
Mille bimbi imparano a camminare ad un anno, altri mille entro i 15 mesi... qualcuno anche dopo.
C'è qualche forma di AMORE che superi quello fra madre e figlio? Padre e figlio?
C'è scritto da qualche parte la definzione nei temi e nei modi del Rispetto che devono portarsi?
L'AMORE ha un suo linguaggio e ogni linguaggio diventa un dialetto singolare e unico fra ogni genitore e figlio perché l'essere umano è diverso l'uno dall'altro.
Ci sono figlie e madri che sembrano odiarsi quando la figlia sta vivendo la fase adolescenziale e poi le ritrovi quando la figlia ha 30anni che bada alla madre 70enne malmessa, con una dedizione che mai avresti immaginato.
Ci sono padri che ubriachi ti menano e dopo essersi disposti a curarsi, recuperano in maniera più che sufficente su ogni lacuna... e si porteranno per sempre dentro le cicatrici psicologiche lasciate su sè stessi e sui figli, mentre qualcuno pretende di  ergersi a giudice e classificarli per sempre in base al loro passato.
Certe cose non si possono insegnare se non ne hai dentro il germe, altre non saprai insegnarle se non saranno state trasmesse a te e nel giusto modo!
E dove avrai sbagliato lo saprai solo col tempo, quando tuo figlio sarà genitore. Allora, solo allora se avrà ancora da rimproverati la stessa cosa che ti rimproverava quando aveva  10anni, forse sarà il caso di meditare molto a lungo... e magari in due!

Ci sono mille esempi condivisibili o meno ma tutti siamo una storia a sè, tutti anche il più esemplare dei genitori ha qualcosa da rimproverarsi .
E un conto è rimproverarlo a se stessi,.
Un conto sentirselo rimproverare dal proprio figlio.
Un altro ancora che ad avere da ridire sia quello che ti è vissuto alla porta accanto per 10anni e solo per quella parte di cose sentite origliando col bicchiere rovesciato sul muro, si permette di giudicarti e sparlare di te come genitore con tutti .
Guarda caso magari è uno che il figlio non lo va mai a trovare, che il nipote ci va solo se ha bisogno, uno che in casa sua non fa entrare nessuno... ma perché se è tanto perfetto come si mostra, tanto più signore di te e altri come mostra di credersi quando ti "rimprovera" dall'alto della sua età e della sua esperienza?

Metti  caso che questi perbenisti siano una fetta grossa di coloro che hanno scritto le regole sociali, famigliari, amichevoli e chi più ne ha più ne metta?

Ripercorri quegli anni addietro dove tutto sembrava perso con tuo padre, dove non avete mai recuperato nulla, dove lui se n'è andato e tu sei rimasto con le lacune mai colmate e la rabbia in corpo con cui gli hai sconvolto il viaggio verso l'aldilà.
Ripercorri i tempi in cui con chi ti ha generato dal suo ventre ti dicevi le peggio cose, frutto di regole mai lette, mai considerate, mai ... mai trasmesse a lei quand'era stata figlia.
Quindi fra te e lei andava come andava e tu  sei cresciuto lo stesso imparando a cavartela, imparando da solo a gestirti le frustazioni, il non sentirti mai all'altezza, criticandoti tu per prima come manco il diavolo farebbe...
E ricordi dei racconti degli amici che tanto meglio non stavano da figli.
Ora che siete adulti, con la vostra famiglia i vostri figli... quando ci riparli di queste cose, tutti convenite sullo stesso punto: devi diventarci genitore per capire, devi passarci per sapere davvero se era giusto tu rimproverassi qualcosa ai tuoi.
Ma anche quando sarai genitore tieni a mente che non potrai metterti mai nei panni di un altro genitore con suo figlio.
Quindi tutto il resto è aria...compresi i falsi o veri perbenisti-moralisti!


01 luglio, 2012

L'ATTESA


(...)Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo(...) 
Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno(...)

Ho scelto un passo centrale del "sabato del villaggio", per introdurre questo editoriale.
Quando ero una bambina, verso la fine degli anni '70, aspettavo con impazienza il sabato, perchè il giorno dopo non si andava a scuola e i ritmi della settimana cambiavano.
Già allora, senza saperlo, mettevo in pratica "l'attesa" del Leopardi.
Il ritmo domenicale, poi, era abbastanza collettivo: gli uomini andavano a comprare il giornale e le immancabili "paste" e magari facevano anche una scappata a lavare la macchina nei fossi, appena fuori città.
Mentre a noi bambini, dopo la messa e il catechismo nel primo pomeriggio, non  rimaneva che l'oratorio e la televisione, ma subito a letto dopo il carosello!
Fine della domenica. 
...E pian piano si arrivava a sera, con la consapevolezza che ormai il giorno di festa, tanto atteso, volgeva al termine, lasciando il posto al solito tran tran settimanale.
Poi sono arrivati gli anni '80 e l'attesa si è prolungata...perchè alla domenica sera c'era la discoteca, preceduta dalla vasca in corso per "tirare l'ora".
Qanti anni sono passati da allora? 
Tanti.
Oggi le domeniche, all'apparenza, sembrano sempre le stesse...quartieri silenziosi e un pò assonnati...in attesa del lunedì che incalza.
Ma è appena poco lontano, nei centri commerciali, dove invece c'è il primo sintomo che, le domeniche sono cambiate forse per sempre.
Non sono così convinta, che l'obiettivo di andare in questi posti, sia sempre comprare, spendere anche di domenica insomma.
Penso piuttosto che il "sentire" sia un altro: fuggire da quel senso di malinconia, da quel "tempo morto" che solo l'apatìa domenicale sa dare. 
Stordirsi di luci e di suoni con l'illusione di trovare un senso.
Già... un senso, ma quale?
Perchè il senso di quella pace, forse un pò noiosa di allora, non lo sappiamo più riconoscere, forse neanche apprezzare e così prolunghiamo l'illusione che ci danno queste domeniche frenetiche, all'infinito.
Non so se prima fosse meglio o peggio, non ha poi così importanza.
Ogni tempo ha i suoi rimpianti, che a volte nemmeno rimpianti sono, ma solo ricordi artefatti.
Ma mi chiedo, che fine ha fatto il saper aspettare, al giorno d'oggi?
Buona domenica...   Laura  (Fenix)



01 giugno, 2012

Cavalcare l'onda.


Un surfista, Garret MacNamara, ha cavalcato un’onda oceanica, in Portogallo, di quasi 30 metri di altezza.
Follia? Coraggio? Non sta a me dirlo.
Certo la prima reazione è: io non lo farei MAI!
Eppure non ho potuto fare a meno di osservare la scena con grande ammirazione e trattenendo il fiato.
L’arrivo dell’onda, lui un puntino minuscolo contro una montagna d’acqua.
L’immenso e il nulla.
E già immagini di vedere la scena successiva: l’immenso che travolge il nulla.
E invece no.
No, non è una storia rivista e corretta di Davide contro Golia. Il piccolo non sconfigge il grande.
Qui non c’è sconfitta, ma solo vittoria. La vittoria dell’onda e del surfista.
L’ha cavalcata l’onda.
Ad un certo punto l’acqua era alle sue spalle, poteva sentirla dietro la schiena, poteva avvertire la minaccia, eppure non un attimo ha perso l’equilibrio o la concentrazione.
Perché era bravo? Sicuramente.
Ma credo che qui la bravura conti solo in parte, in piccola parte.
Lui non era spaventato. Non si è lasciato sorprendere dal timore, dalla paura di qualcosa più grande di lui.
Ma soprattutto non era in cerca di vittoria contro una forza immane come l’onda.
Lui ha desiderato essere tutt’uno con quell’onda, non governarla, ma conoscerla ed usarne la forza nel modo più congeniale.
Gettarsi contro quell’onda e nuotare sarebbe stato un vano tentativo di contrastare una forza più grande.
Come può esserlo la forza del destino a cui tentiamo di opporci con tutte le nostre forze, combattendo una battaglia impari.
Ha usato il cervello e ogni suo senso per entrare in sintonia con l’onda, non per contrastarla.
E hanno vinto entrambi.
Forse dovremmo imparare anche noi.
No, non a fare surf sulle onde oceaniche, ma a cavalcare la nostra personale onda, troppo grande e troppo forte da poter sconfiggere. Perché vincere non è importante. L’importante è riuscire, non vincere su qualcuno o su qualcosa.
Smettere di combattere ed unire le forze.
Senza timore, ma con equilibrio.

by Lisa


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