20 giugno, 2013

recensione: L'ULTIMA NEVE DI PRIMAVERA - BLANCA BUSQUETS

Tonia è una giovane donna quando viene data in sposa a Robert, il locandiere. La vita da moglie le sembra subito orrenda ma la prima gravidanza renderà tutto più sopportabile. Peccato che appena nati, i suoi gemelli vengano messi a balia. Unica consolazione e distrazione per lei sono lettura e scrittura, passioni che coltivava già prima del matrimonio e che sono piuttosto insolite per una giovane contadina del XVIII secolo.

Lali, invece, è una bambina sveglia, con una grande immaginazione e una passione viscerale per la scrittura, sarà anche che è figlia di due insegnanti di materie umastiche. Dopo la nascita dei suoi fratelli gemelli le cose a casa si complicano, non si sente più seguita dai genitori, a scuola è vittima di alcune bullette e così sprofonda nel silenzio prima e nel dialogo con un'amica immaginaria poi.

Tonia vive nella Carena, una zona pianeggiante ai piedi delle montagne del Cingles ed è lì che il padre di Lali ha delle proprietà per cui, a trent'anni, dopo varie e sofferte decisioni è lì che Lali si trasferisce per cambiare vita.

Lali e Tonia appartengono a periodi diversi, svolgono vite diverse eppure sono molto simili, amano scrivere, amano lo stesso romanzo, tengono entrambe ad un quadro anche se per ragioni diverse, finiscono con l'amare lo stesso tipo di uomo ed è come se la storia si ripetesse perchè in realtà Tonia è la bisnonna di Lali.

Tutto verrà a galla con Lali, la verità sul passato della propria famiglia e non solo visto che i rapporti di parentela alla Carena sono stretti anche fra insospettabili, una sorta di richiamo del sangue che spinge cugini di primo, secondo o terzo grado l'uno verso l'altro.

La storia oltre ad un alternarsi tra le vicende di Tonia e Lali fa continui balzi tra presente, passato e futuro in un intreccio ricco di eventi e riflessioni. Davvero accattivante.


18 giugno, 2013

LA STORIA DEL PICCOLO PINGUINO CHE SI ADATTAVA TROPPO di Denis Doucet






PAGINE 160
PREZZO € 12.00
ED. VALLARDI


Può una favola che ha come protagonista gli animali, istruirci sui comportamenti umani? 
Esopo, Fedro, La Fontaine e molti altri ci dicono di sì.
Piccolo Pinguino è un tenero animale che vuole fare bene e non scontentare nessuno; per questo accoglie sempre le richieste degli altri. 
Un giorno nella sua placida vita, irrompe Foca Furbacchiona, astuta e manipolatrice, che lo convince a entrare nel business e a lasciare la sua amata banchisa per i caldissimi Tropici. 
Qui naturalmente Piccolo Pinguino starà malissimo, ma il suo tormento fisico e psicologico lo porterà a crescere e a occuparsi delle cose che per lui contano davvero, anche grazie a una dolce Piccola Pinguina.
Questa, la prima parte del libro.
Ma chi è in realtà Foca Furbacchiona?
In che modo subdolo ci manipola?
Foca Furbacchiona può essere chiunque, anche incosapevolmente noi stessi e qualunque cosa. 
Esercita una pressione su di noi, senza attribuire alcuna importanza ai reali bisogni.
L'autore, psicologo clinico, con questo piccolo libro, di facile e veloce lettura, grazie a spunti ed esempi pratici, ci porta a riflettere per riuscire a ri-trovare la nostra banchisa, ossia lo stato interiore che ci mette in contatto con la nostra autenticità.
La vera libertà non è poterci permettere di comprare tutto quello che ci passa per la testa, ma prendere delle decisioni, trasformarle coraggiosamente in azioni e assumerci le conseguenze dei risultati.
Questo significa essere liberi

buona lettura !     Laura  (Fenix)

15 giugno, 2013

UN PIZZICO DI...

Allegriaaa!!!!
No, non voglio imitare il compianto Mike Bongiorno, ma in tempi di crisi, cosa c'è di meglio di una sana risata? Ti risolleva la giornata e, soprattutto, è gratis!

sul posto di lavoro, ad esempio...


angolo lettura:

io:

baby...


bimbetto curioso...

made in China...

Amen!!

 venderà anche la mia?

***
Ridi, tanto la gente non crescerà mai. Ridi, che la gente di merda ti vuole vedere crollare. Ridi, perchè anche se i problemi non si risolvono, vanno presi con più positività. Ridi, che la vita è troppo breve per la tristezza. Ridi, alla faccia del dolore. Ridi, che sei più bella/o. Ridi fino a sentirti male! Ridi, non costa nulla, ma fa molto... - Fabio Volo -

A te che leggi, spero di essere riuscita a strapparti un sorriso, altrimenti per l'attenzione


Stefy



ps. immagini prese dal web



01 giugno, 2013

Generazioni e il peso dell'essere ...solo domande e ognuno tiri le sue somme.

Generazioni e il peso dell'essere ...solo domande e ognuno tiri le sue somme.

Generare, generalizzare, apparire, appartenere, essere, vanità, solitudine.
In quest'ordine o mescolate, queste sono parole che racchiudono ognuna un vasto concetto su cui si potrebbe discutere per giorni e giorni.
Ma basta provare a farsi anche  solo domande e di certo le risposte arrivano da sole.

L'apparire gratifica e dà senso all'esistere delle mode non c'è dubbio.
Se penso a mia madre che portava la minigonna perchè era di moda e a me che portavo il jeans da paninara a modo mio, mentre per essere davvero una paninara bisognava mettere anche altro... sì, un minimo abbiamo seguito anche noi la moda.
Ma se noi - e per noi intendo quelli della mia generazione,i quarantenni di adesso-  mettevamo la minigonna eravamo delle poco di buono, invece se avesse messo mia madre, nel suo allora, un jeans da paninara avrebbe lanciato una moda con un ventennio d'anticipo?
E i nostri figli giudicati la generazione di presuntuosi, pigri e figli dell'autoscatto?
Quanto c'è stato di vanità nella generazione di mia madre e quanta ce n'è nella mia e in quella dei nostri figli ?
Seguire una moda è da vanitosi o segno di un disagio chiamato solitudine? Perchè dietro questa mania dell'autoscatto  più che vanità  ci vedrei proprio senso di solitudine, più voglia di dire "Ci sono"!

Certo è che se c'è una cosa che non piace a nessuna generazione è di essere racchiusa in una definizione generalizzante... eppure continuiamo tutti a farlo!

Quando ci si veste e ci si trucca, quanto lo facciamo per noi e quanto per gli altri?
Ci si compera mai nulla sulla valutazione ipotetica di quanto un capo o l'altro ci rende più carini agli occhi degli altri?
E questo farebbe parte di vanità o insicurezza?
Quante volte a settimana ci "sistemiamo" e quante ci  si lascia così come si è (leggi anche "ci si trascura")?

Sono domande che andrebbero forse bene per qualsiasi generazione a partire da  quella dopo l'uomo con la clava?
Non lo so, ma per molte molte generazioni passate, presenti e future vale porle.
Fra essere e apparire credo che la maggioranza vorrebbe dire che conta l'essere.
Poi a conti fatti ancora oggi- anzi oggi forse più di prima - si dà la precedenza all'apparire. O si lascia essere a questa precedenza: vedi la stangona che, 90 su 100, tutti crederebbero fare la modella, ma che si scopre laureata in fisico nucleare ed a un certo punto si ribella e vuole essere valutata per la sua intelligenza.

Se qualcuno dicesse "No, dai che si dà più attenzione all'essere che all'apparire" potremmo essere pronti a dirgli che allora non si spiega perché si sta lì a decidere , a volte fin da prima di coricarsi la sera, cosa indossare l'indomani?
E perchè ci si copre le congenite occhiaie, cercando il correttore più a lunga tenuta? Come mai quando deve uscire con noi, pretendiamo dal nostro partner che metta la nuova e "bella" camicia che gli abbiamo regalato, invece che la solita presa da solo senza badare che non si abbina a niente che già si ha?
E lui ...lui perché pretende che tu ti metta qualcosa da strafiga per la cena coi colleghi? Che gli si sfoltiscano  le sopracciglia e si sceglie un dopobarba che lascia una scia persistente alla mezz'ora ?
Ovvio che ci si può giustificare dicendo che vogliamo sempre sentirci a posto con noi stessi e migliorare il nostro partner.
Ma se ci trovassimo in una condizione in cui tutti devono per forza mostrarsi come sono(metti un disastroso terremoto), ci sentiremo più a nostro agio pur non essendo a posto come sempre cerchiamo d'essere?


Una corrente di pensiero dice che l'uomo è un animale di gruppo,  un'altra attesta che l'uomo è alla ricerca di sè attraverso il gruppo... insomma come vogliamo metterla possiamo metterla,  tanto c'è sempre una  giustificazione... in barba al senso dell'essere, della sostanza e della genuinità.
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